PER JESI E PER LE MARCHE OCCORRE SOLUZIONE CHE GARANTISCA APPLICAZIONE LEGGE 194

8 September 2012 | 12 commenti

Il caso di Jesi non è l’unico in Italia e rende evidente come in alcune regioni il servizio dell’interruzione di gravidanza è nella pratica inesistente, come da tempo ormai denunciato da molte organizzazioni e operatori del settore.

In particolare le Marche, piccola regione con un tasso di abortività (numero di aborti per mille donne in età fertile) tra i più bassi in Italia e in Europa, si distingue per problematicità.

Il numero totale di interventi è relativamente basso, meno di 2500 l’anno e costantemente in calo, eppure un servizio essenziale viene spesso disatteso o reso difficile e penoso.

“Negli anni in cui l’aborto farmacologico era sperimentale – dichiara Laura Olimpi, Presidente della sezione AIED di Ascoli Piceno – la regione era una delle poche ad aver avviato la sperimentazione ed a consentire quindi alle donne che lo volevano di evitare l’aborto chirurgico, quando possibile; ora che la RU486 è stata finalmente autorizzata al commercio anche in Italia, la Regione si è guardata bene dal redigere le linee guida e quindi nessun ospedale ha ancora iniziato ad usarla.

In un’intera provincia, quella di Fermo, la legge 194 è totalmente disattesa e praticamente da sempre non si effettuano interventi nel locale ospedale.

Dove qualche ginecologo non obiettore si trova viene praticato una specie di numero chiuso, con un tetto massimo di interventi a settimana sempre più piccolo di quello che serve, costringendo chi resta fuori ad affannosi giri per la regione alla ricerca di chi ti accoglie, e sono quasi sempre le extracomunitarie a dover girare perché sembra esserci una preferenza per le residenti nel creare le liste. E le donne, spesso con difficoltà economiche o senza mezzo di trasporto, arrivano in molti casi all’ospedale di Ascoli, dove del servizio IVG si occupa la sezione AIED locale. Anche ad Ascoli, infatti, tutti i medici sono obiettori. In questo ospedale lo scorso anno solo una donna su tre era del territorio, le altre provenivano dalla costa o dal vicino Abruzzo, ma soprattutto da Ancona o dal resto della Regione.”

A maggio scorso l’AIED e l’Associazione Coscioni in occasione di un convegno, hanno avanzato delle proposte concrete e semplici per porre rimedio a questo disservizio, interpellando direttamente il Ministro Balduzzi e tutti i presidenti delle regioni italiane, per esempio prevedendo concorsi pubblici specifici per medici non obiettori che possano controbilanciare gli obiettori. Ma Ministro non ha dato segni di interesse verso queste proposte.

Il problema è tecnico perché gli aspetti morali e politici dell’aborto sono stati superati da tempo, come da ultimo ha dimostrato la sentenza di giugno della corte costituzionale nei confronti del tentativo del giudice tutelare di Spoleto di invalidare la legge.

Un governo tecnico non dovrebbe quindi avere difficoltà nel risolvere “tecnicamente” il fenomeno dell’obiezione di coscienza diffusa, se inquadrato come deve essere nell’ambito della violazione di un diritto sancito dalla legge. Occuparsi di questo problema è di certo più urgente che mettere al lavoro decine di esperti per presentare un ricorso inutile (e per molti versi crudele) sulla sentenza di Strasburgo sulla legge 40 sulla procreazione assistita.

Ascoli Piceno, 8 settembre 2012


12 thoughts on “PER JESI E PER LE MARCHE OCCORRE SOLUZIONE CHE GARANTISCA APPLICAZIONE LEGGE 194

  1. «Gli aspetti morali e politici dell’aborto sono stati superati da tempo»

    Ah si???

  2. Mi permetto di osservare intanto che quello all’obiezione di coscienza è un diritto almeno dello stesso rango di quello all’aborto libero e gratuito sempre e comunque; essi, infatti, sono entrambi sanciti dalla stessa legge, cioè la 194/1978. Il diritto all’obiezione di coscienza (in Italia previsto in pochissimi altri casi, se non sbaglio solo per la sperimentazione animale, per la fecondazione artificiale e per il servizio militare obbligatorio) scaturisce dal riconoscimento da parte dello Stato della circostanza che in alcuni casi l’obbligo di obbedire a determinate leggi costringerebbe taluni cittadini a violare qualcuno dei princìpi fondamentali contenuti nella stessa Costituzione, come, nel caso dell’aborto, il diritto alla vita del concepito, diritto al quale i Giudici di Palazzo della Consulta hanno riconosciuto “fondamento costituzionale” con sentenza n. 27/1975; la stessa sentenza, peraltro, ha sancito, bensì, anche la non punibilità dell’aborto limitatamente però ai soli casi specificati nel dispositivo (“quando l’ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo, grave, medicalmente accertato nei sensi di cui in motivazione e non altrimenti evitabile, per la salute della madre”), ma non, comunque, il fondamento costituzionale del diritto di usufruire di tale pratica sempre e comunque e gratuitamente, come invece stabilisce la legge 194/1978. A parte, dunque, gli aspetti morali e politici dell’aborto, fermo restando che, a mio parere, nulla è mai politicamente “superato”, sembrerebbe che gli aspetti giuridici, in questo campo, siano stati definiti nel senso sopra esposto. Per quanto riguarda i “rimedi” suggeriti per ovviare al “disservizio”, secondo me quello proposto da Voi e dall’Associazione Coscioni, nonché da altri, come il sindacato CGIL, e cioè di indire concorsi riservati ai soli non obiettori, se venisse malauguratamente attuato, avrebbe come conseguenza una grave discriminazione per motivi di coscienza per alcune categorie di lavoratori e istituirebbe un ingiusto titolo di preferenza, anzi, addirittura di riserva, a favore del personale non obiettore, al quale, sembra di capire, si precluderebbe peraltro il diritto di sollevare obiezione in epoca successiva. Credo che, se mai, sarebbe meno ingiusto indire, tutt’al più, concorsi riservati ai non obiettori per eseguire solo ed esclusivamente interventi di aborto; ma resterebbe il problema del divieto di sollevare obiezione in seguito.

  3. SOMMARIO: La cronaca del dibattito parlamentare sulla proposta di legge sper i riconoscimento dell’obiezione di coscienza, dal 16 novembre, data di inizio della discussione in Senato, al 30 novembre giorno in cui viene approvata; il 4 dicembre la Camera decide di affidare il progetto di legge alla Commissione Difesa in sede deliberante che l’approva senza modifiche il 13-14 dicembre.

  4. Non illudetevi: l’aborto non è una questione chiusa perché rappresenta una terribile violazione del diritto fondamentale delle persone, ossia il diritto alla vita. Tali norme contrarie alla ragione ancor prima che alla morale saranno sempre oggetto di dispute e lotte. Vi saranno sempre delle persone disposte a battersi senza sosta per denunciare i soprusi e gli abominevoli delitti compiuti in nome della legalità e dello pseudo diritto all’autodeterminazione.
    Prima o poi la criminale legge 194 verrà cancellata dall’ordinamento giuridico italiano e l’aborto di Stato ricordato come il peggior crimine nei confronti dell’umanità mai architettato dagli stati cosiddetti democratici. La recente marcia nazionale per la vita ha mostrato all’opinione pubblica che esiste un popolo per nulla rassegnato e che intendere combattere fino alla vittoria finale, costi quel che costi. L’episodio di Jesi è solo l’inizio…

  5. Ognuno ha il diritto di credere quello che vuole, ma non può pretendere di imporre le proprie idee, soprattutto per legge.

    • Appunto. Invece in Italia è imposto a tutti il dogma che il concepito e non ancora nato NON è un essere umano e quindi se ne può fare quello che si vuole, fra cui eliminarlo fisicamente quando è malformato (il Führer fa ancora scuola…) o per non rovinarsi una vacanza o per altro qualunque futile motivo, oppure senza alcun motivo. Poi, una volta imposta a tutti questa opinione per legge, si impone a tutti l’opinione che il servizio di aborto sia una cosa buopna e giusta, e che lo debba finanziare lo Stato, e quindi tutti i contribuenti, compresi quelli, come me, che la pensano in maniera opposta. Ora si vuole imporre a tutti i medici l’obbligo di eseguire l’aborto. La democrtazia è finita. Siamo in regime di dittatura femminista!

  6. La “questione morale” dell’aborto è stata superata dalla legge 194, perchè i legislatori con il consenso e su impulso dei cittadini italiani hanno predisposto un testo legislativo che depenalizza il reato di aborto e attribuisce alle donne la decisione se interrompere o meno una gravidanza. I valori e le morali di riferimento sono dunque quelli della donna e lo stato non interviene nella sua decisione. Questo è quanto prevede la legge, legge fortemente voluta dalla maggioranza (per lo più cattolica) degli italiani, nell’insopportabilità di assistere agli aborti clandestini e alle loro conseguenze. E’ stata una scelta saggia, perchè la legge ha ridotto fortemente sia il numero degli aborti che quello delle morti per aborto insicuro. Come da anni ormai raccomanda l’OMS, ogni paese del mondo dovrebbe garantire l’aborto legale e sicuro e prevedere opportune campagne di informazione sulla pianificazione familiare. Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, essa è di certo un istituto importante che va tutelato. A maggior ragione è necessario intervenire nel momento in cui un istituto di tale importanza viene adoperato come mezzo di coercizione o semplicemente come strumento per l’avanzamento di carriera da parte dei medici. Perciò, promuovere concorsi pubblici riservati a medici che non sono obiettori garantirebbe il diritto di tutti ad agire secondo coscienza, rispettando il diritto delle donne ad interrompere la gravidanza nelle modalità e nei tempi previsti dalla legge.

  7. Sulla questione morale dell’aborto.
    Le questioni morali, in uno Stato laico, non si definiscono a colpi di legge, né, tanto meno, si “superano” con tale strumento. Fra l’altro le leggi si possono anche modificare, e se si modifica una legge che definisce o “supera” una questione morale, tale questione ritorna in discussione.
    Purtroppo, però, l’Italia non è uno Stato laico, ma uno Stato confessionale, dove le leggi vengono fatte in base ai diktat dell’ideologia femminista. La legge sull’aborto ne è la prova più evidente.
    Non è vero che lo Stato non interviene nella decisione della donna. Intanto con tutta la propaganda filoabortista e con tutte le isteriche reazioni del mondo abortista quando chiunque (singolo o associazione), sotto qualsiasi forma, prova solo a chiedere alle istituzioni di poter proporre (solo proporre!) alla donna qualche alternativa all’aborto (come è successo di recente in Piemonte e in Veneto), si fa apparire la soluzione dell’aborto come l’unica per risolvere qualsiasi problema di una donna che abbia anche il minimo dubbio su una gravidanza iniziata. Ma lo Stato interviene principalmente dopo, quando finanzia (a spese dei contribuenti) e mette a disposizione il proprio personale e le proprie strutture per eseguire la sentenza di morte nei confronti dell’innocente creatura che la donna porta in grembo. Esecuzione, questa, che avviene, in media, una volta ogni quattro minuti e mezzo. Che la legge sia stata voluta dalla “maggioranza (per lo più cattolica) degli italiani” è un’affermazione quanto meno inesatta. Anche perché in una maggioranza abortista non ci possono essere cattolici. I cattolici sono contro l’aborto. Se hanno voluto la legge che ha istituito il diritto all’aborto gratuito a semplice richiesta hanno millantato la loro appartenenza religiosa. Anche il fatto che gli aborti siano diminuiti grazie alla legge è un’affermazione errata. Nei primi anni della sua applicazione, infatti, c’è stato un netto incremento del fenomeno (e non poteva essere altrimenti, riguardo ad un atto prima vietato e poi trasformato in diritto assoluto). Lo dicono i dati ufficiali (tabelle ministeriali). 1978: 68.688 aborti (119.958 su base annua); 1979: 187.752 (+56,5% rispetto all’anno precedente); 1980: 220.263 (+17,3%); 1981: 224.377 (+1,9%); 1982: 234.593 (+4,6%). Altro che diminuzione! Poi la produzione e la diffusione delle pillole contraccettive e delle pillole del giorno dopo (che spesso agiscono con meccanismi abortivi, come si evince dalla lettura dei foglietti illustrativi), hanno determinato una effettiva diminuzione degli aborti chirurgici, che non è stata certo causata dalla facoltà di ricorrere all’aborto gratuito a semplice richiesta. Da notare anche che nelle ultime tabelle ministeriali mancano i dati relativi agli anni pari fino al 2005, e, guarda caso, nel 2002 si è avuto un aumento degli aborti (134.106 contro i 132.234 dell’anno precedente), e nel 2004 un aumento ancora più netto (ben 138.123 contro i 132.174 del 2003), per cui, nascondendo questi dati importanti, si ha davvero l’impressione, non corrispondente alla realtà, di un fenomeno indisturbatamente in calo. E il fatto che questa presentazione non trasparente dei dati sia fatta dal Ministero certamente non depone bene.
    Infine, come ho già detto e ora ribadisco, non si può non riconoscere che l’indizione di concorsi pubblici riservati ai non obiettori non garantisce assolutamente i diritti di tutti, in quanto si verrebbe a creare una vera e propria riserva di posti per i non obiettori, con grave e ingiusto danno per gli obiettori. Inoltre si coarterebbe la libertà di coscienza dei candidati stessi, in quanto si subordinerebbe la loro partecipazione al concorso all’impegno di non obiettare in futuro. Queste dei concorsi riservati, però, sono le proposte più “soft” per ovviare ai disguidi nell’assicurare la fruizione del diritto all’aborto sempre e comunque ed ovunque. Ma c’è chi non nasconde la volontà (ed è questo il vero obiettivo) di imporre per legge l’obbligo di eseguire il “servizio” anche per gli obiettori. Tutto ciò è inconcepibile in uno Stato laico e di diritto. Ma in Italia (e non solo!) siamo soggetti all’ideologia femminista, che impone per legge i propri dogmi. In tale contesto è logico aspettarsi l’abolizione di alcuni diritti fondamentali, come la libertà di coscienza!

  8. “Che la legge sia stata voluta dalla “maggioranza (per lo più cattolica) degli italiani” è un’affermazione quanto meno inesatta. Anche perché in una maggioranza abortista non ci possono essere cattolici. I cattolici sono contro l’aborto.”
    Non è molto produttivo insistere su questo aspetto, perchè basta un semplice calcolo statistico per capire che la legge è stata voluta dalla maggioranza dei cittadini italiani, di confessione cattolica. E’ stata una decisione saggia e lungimirante.

    Se lei legge con attenzione l’ultima Relazione del Ministero della Salute sulla attuazione della legge, per quanto riguarda l’incidenza del fenomeno, dalla introduzione della Legge 194 ad oggi va sottolineata la costante diminuzione dell’IVG nel nostro Paese. Nel 2010 sono state effettuate 115.372 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 2.7% rispetto al dato definitivo del 2009 (118.579 casi) e un decremento del 50.9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all‟IVG (234.801 casi).

    Anche se i dati non sono strettamente comparabili, possiamo comunque portare ad esempio il paragone con alcuni dei dati più recenti: per donne con meno di venti anni, nel 2009 in Italia il tasso di abortività è pari al 6.9 per mille (era il 7.2 nel 2008); nello stesso anno in Inghilterra e Galles è il 23.0 per mille, e in Svezia il 22.5 per mille; in Spagna il 12.7; in Francia il 15.2; negli USA nel 2004 il 20.5.
    Il rapporto di abortività (numero delle IVG per 1.000 nati vivi) è risultato pari a 207.2 per 1.000 con un decremento dell’1.3% rispetto al 2009 (210.0 per 1.000) e un decremento del 45.5% rispetto al 1982 (380.2 per 1.000).

    Per approfondire semmai, è senz’altro utile dare un’occhiata allo studio pubblicato da Lancet proprio quest’anno sull’aborto clandestino nel mondo e sulle sue conseguenze. In cifre assolute, nel 2008, in tutto il pianeta 47mila donne sono morte per aborti insicuri e 8 milioni e mezzo hanno avuto gravi conseguenze sulla propria salute.
    I ricercatori di Lancet sottolineano poi che “il tasso di aborto è più basso nei paesi con leggi più permissive” e che “leggi più restrittive sull’aborto non sono correlate con un abbassamento del tasso di interruzione di gravidanza”.
    http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2811%2961786-8/abstract

    Credo inoltre lei faccia una certa confusione ontologica sul significato di “stato confessionale”, dal momento che non mi risulta esista in Italia una confessione femminista, nè che la legge imponga l’aborto alle donne. Quello che manca in Italia è una seria ed efficace informazione sulla sessualità e sui sistemi contraccettivi, a partire dalle scuole medie inferiori. Ma evidentemente parlare di sessualità in Italia è ancora un tabù.

  9. Per quanto riguarda la maggioranza che ha voluto la legge sull’aborto libero e gratuito sempre e comunque, mi permetta di insistere sul fatto che di tale maggioranza non può aver fatto parte alcun cattolico, in quanto i cattolici (quelli veri, ovviamente, non quelli che millantano un’appartenenza a fini ideologici e per creare confusione e ambiguità) sono contro l’aborto e chi è a favore dell’aborto non è cattolico. Quanto sopra giusto per chiarire, anche se può non essere produttivo (certo non lo è per chi la pensa come Lei). Che sia stata una decisione saggia e lungimirante è un Suo parere, peraltro parecchio condiviso, lo riconosco, ma solo un parere. Il mio è che si è trattato di una decisione disastrosa, perché ogni quattro minuti e mezzo viene massacrato un bimbo innocente nel grembo materno, quasi sempre per motivi futili o banali, se non, addirittura, senza alcun motivo. Mi piacerebbe postare le immagini dei bimbi abortiti, giusto per far vedere di cosa stiamo parlando, ma, a parte l’impossibilità tecnica, sono certo che me le censurereste, non tanto per la loro crudezza, quanto, piuttosto, perché per voi è controproducente far conoscere la realtà dei fatti in tema di aborto.
    Non discuto sul fatto che dal 1982 ad oggi ci sia stata una netta diminuzione nel numero degli aborti (che comunque rimane sempre alto: ripeto, uno ogni quattro minuti e mezzo!), lo avevo già riconosciuto nel mio post precedente; ma è tutto da dimostrare che ciò sia stato merito della legge, se è vero come è vero che nei primi quattro anni di applicazione c’è stata invece una rapida impennata: l’incremento è stato ben del 95,5% in soli quattro anni! Dunque la diminuzione sarà avvenuta per altri fattori, fra i quali, verosimilmente, la diffusione delle pillole abortive (pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo, ed ora anche la RU486); non dimentichiamo infatti che gli aborti che entrano nel conto delle relazioni sulla 194 sono solo quelli chirurgici, e non anche quelli chimici.
    Tutti gli studi sugli aborti clandestini, poi, secondo me lasciano il tempo che trovano: se gli aborti sono clandestini come si fa a farne il conto? Viene il sospetto (non del tutto infondato, ritengo) che tali statistiche possano essere costruite ad arte per raggiungere gli scopi delle ideologie che se ne servono.
    Sull’uso del termine “confessionale”, confesso (mi scusi il bisticcio!) intanto che io non possiedo le Sue competenze filosofiche. Evidentemente non ero riuscito a spiegare la sostanza di quello che intendevo dire. Se mi permette, vorrei riprovarci. Io intendevo dire che in uno Stato laico e di diritto le opinioni e i dogmi di qualunque ideologia non dovrebbero essere imposti a nessuno, tanto meno per legge. In Italia invece vengono imposti a tutti e per legge i vari dogmi dell’ideologia femminista. La legge sull’aborto, che presuppone che il concepito nel grembo materno NON sia un essere umano, e che obbliga TUTTI i contribuenti a finanziarne l’applicazione, ne è una prova. Ne vuole un’altra? Come avevo già scritto in un altro post, la nostra Corte Costituzionale, con sentenza n. 27/1975, aveva riconosciuto che il diritto alla vita del concepito ha fondamento costituzionale, e che la sua esistenza può essere sacrificata solo “quando l’ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo, grave, medicalmente accertato nei sensi di cui in motivazione e non altrimenti evitabile, per la salute della madre”; fuori da questi casi, dunque, se le parole hanno un senso, l’aborto procurato, secondo i Magistrati che giudicano le leggi, dovrebbe essere considerato illegale e quindi vietato, pena la violazione della stessa Costituzione. La legge 194 invece non solo permette l’aborto sempre e comunque, ma addirittura ne garantisce l’esecuzione e la gratuità. Non si tratta, dunque, solo di depenalizzazione (che, ripeto, a giudizio della Corte avrebbe dovuto riguardare solo i casi da essa precisati) ma di istituzione del diritto assoluto all’aborto libero e gratuito a semplice richiesta. La Corte Costituzionale è stata più volte investita della questione, affinché intervenisse per imporre il rispetto di quanto essa stessa aveva sancito con la suddetta sentenza; ma i Giudici si sono sempre rifiutati di entrare nel merito delle richieste, con vari e discutibili pretesti, al solo fine di salvare l’imposizione dei dogmi e dei princìpi dell’ideologia femminista ed abortista codificati dal legislatore con la citata legge. In uno Stato laico e di diritto ciò è inconcepibile; in uno Stato a dittatura femminista è la norma. Ed è quello che avviene in Italia. Dove ora si vuole anche imporre a tutto il personale sanitario di eseguire gli aborti, anche contro la loro coscienza. E ci si arriverà, e presto anche, ne sono sicuro. Con tanti saluti alla laicità e alla democrazia.

  10. Certo, esprimo un mio parere, ma è anche il parere di importanti e autorevoli organizzazioni internazionali nonché di quel 68% dei cittadini italiani che respinsero, nel 1981, il referendum del Movimento per la Vita che chiedeva di cancellare gran parte degli articoli della legge 194. E’ questa la maggioranza a cui mi riferisco e possiamo immaginare che di quel 68% non vi fosse una maggioranza di atei.
    Le argomentazioni di chi è contrario alla legalizzazione dell’aborto poi, tendono sempre a dipingere le donne come pronte a sottoporsi ad un intervento di interruzione di gravidanza ogni due per te. Un atteggiamento che dimostra poca fiducia nei confronti delle donne. E’ proprio il caso di abbandonare questi pregiudizi.

    • Certo, è anche un parere di organizzazioni internazionali, anch’esse, però, asservite all’ideologia femminista e ai suoi dogmi, e quindi sempre non valido erga omnes.
      Coloro che votarono no al referendum del 1981 proposto dal Movimento per la Vita non furono il 68% degli italiani, ma il 68% del 79,4% degli elettori italiani, cioè il 54% degli elettori. Una bella cifra, senza dubbio, e comunque la maggioranza, questo è vero. Pure in molti stati degli USA la maggioranza degli elettori è favorevole alla pena di morte, ma ciò non significa che la scelta di mantenere la pena di morte sia una scelta saggia e lungimirante: Ed anche il Führer andò al potere perché così scelse la maggioranza degli elettori della Germania di allora, ma da qui non si può certo concludere che la scelta di dare il potere ad Hitler sia stata una scelta saggia e lungimirante.
      In ogni caso, insisto, fra gli oltre venti milioni di elettori italiani che nel 1981 votarono a favore della 194 non c’era nessun cattolico. Per il semplice motivo che ogni cattolico (intendo parlare dei cattolici veri, non dei sedicenti cattolici né di quelli che fingendosi cattolici si adoperano per distruggere la Chiesa dall’interno in esecuzione del progetto gramsciano), ogni cattolico, dicevo, è contro l’aborto. Poi se erano atei o agnostici o appartenenti ad altre religioni è un altro discorso. Ma chi ha votato a favore dell’aborto non era e non poteva essere cattolico. E’ una semplicissima considerazione razionale, mi meraviglio che si insista tanto a negarne l’evidenza.
      Le argomentazioni di chi è contrario alla legalizzazione dell’aborto si basano sul presupposto che l’aborto è un omicidio, e l’omicidio non deve essere legalizzato. E’ un’argomentazione in contrasto con uno dei principali dogmi del femminismo, è vero, ma siccome i dogmi del femminismo non sono la verità assoluta, ne consegue che la legalizzazione dell’aborto (anzi il riconoscimento di tale pratica come diritto assoluto e prevalente su ogni altro, come purtroppo avviene in diverse parti del mondo, fra cui l’Italia) non è necessariamente una scelta buona né saggia. La tesi, poi, della poca fiducia nei confronti delle donne è un altro principio che discende dai dogmi femministi, e quindi anch’essa opinabile. Fra l’altro se questo tipo di ragionamento si applicasse ad altre situazioni, si avrebbero delle conseguenze assai strane. Per esempio, la mancata legalizzazione della corruzione non dimostra forse poca fiducia nei confronti dei politici e degli alti funzionari? E la mancata legalizzazione dell’evasione fiscale non è indice di mancanza di fiducia nei confronti dei contribuenti? E sono forse questi dei buoni motivi per legalizzare la corruzione e l’evasione fiscale? E lo stesso non si potrebbe forse dire per l’abusivismo edilizio nei confronti dei costruttori, e così via, per tutto quello che è previsto nel codice penale?
      Senza contare poi, e concludo, che un aborto ogni quattro minuti e mezzo (per parlare solo degli aborti chirurgici) non mi sembra un elemento che dimostri un grande senso di responsabilità da parte delle donne che vi ricorrono così massicciamente. Altro che pregiudizi!