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Sintomo e significato: decifrare il linguaggio del disagio psichico

6 April 2012 | 1 commento

Il disagio psichico ha un suo linguaggio muto, difficile da capire, ma possiamo decifrarlo  attraverso il manifestarsi del sintomo.

Attraverso il sintomo la nevrosi esprime una ricerca di senso. Il sintomo può essere fisico o psichico, può coinvolgere parti del corpo o tradursi in modalità comportamentali, ma comunque si manifesti non si tratta soltanto di ciò che appare: rimanda a qualcosa d’altro che il soggetto non sa ancora esprimere a parole.

  1. Anoressia
  2. Bulimia
  3. Attacchi di panico

 

ANORESSIA
L’anoressia, ad esempio, disagio grave che trasforma la mancanza in assoluto, si manifesta come rifiuto di assumere cibo. Questo ciò che appare attraverso il sintomo. Questo ciò che occorre decifrare per significare.

Nel sintomo anoressico c’è l’espressione di una mancanza e di una richiesta, un’assenza e un desiderio, ma non di cibo: il significato è altro. Attraverso il sintomo, la psiche manda un messaggio estremo, usa il corpo come linguaggio, perché a livello arcaico ancora non possiede la parola.
Il livello è arcaico perché l’oggetto primario (ossia l’esperienza interiorizzata dell’interazione con la madre) ha fallito il suo compito; non si è posto come oggetto trasformativo capace di dare forma alle prime espressioni dell’esistenza, non ha accolto la mancanza e ha lasciato solo il desiderio. L’oggetto non ha risposto, non si è posto come qualcosa di vivo nella psiche del figlio, si è fermato alla letteralità dei suoi bisogni fisici, quando addirittura non ha trasfuso nell’infante i propri bisogni e le proprie frustrazioni, angosce, terrori senza nome, nel tentativo inconscio di liberarsene.

Su queste premesse, l’immagine di sé crolla, diventa inaccettabile perché inaccettabile è la visione che è stata trasmessa, una visione cosificante. Quell’immagine non può
essere allora mantenuta, viene rifiutata, metodicamente distrutta fino a farla sparire. Ciò che in realtà deve sparire è l’immagine indotta di un corpo che assume solo “cibo”,
un’immagine che priva di significato il soggetto.

L’Io corporeo della prima infanzia parla con il corpo; se non può svilupparsi a livello psichico si esprime con l’unica forma che ha: il corpo. Cosa dice quel corpo che rifiuta? Dice che il cibo è cattivo, dunque che è cattiva l’esperienza della madre, che “ha trascurato di passare assieme al cibo il proprio desiderio, il proprio dono d’amore. Sentirsi ‘zero’, ‘un nulla’, ‘senza identità’, come spesso lamenta l’anoressica-bulimica, è  l’espressione della mancata azione particolarizzante del desiderio dell’Altro sul soggetto. Anziché particolarizzare il soggetto accogliendo la sua domanda d’amore, l’Altro  dell’anoressica lo ha infatti rimpinzato di cose, lo ha ridotto a un sacco vuoto da riempire” (M. Recalcati, L’ultima cena, Bruno Mondadori, Milano, 1997, p. 50). Continuare a  dargliene, continuare a voler riempire quel corpo di quel cibo significa ucciderlo.

 

BULIMIA
Anche la persona bulimica esprime mancanza e desiderio; Eros e Thanatos (amore e morte) si dibattono in lei. Il bisogno di cibo, inteso come cibo buono che trasforma le emozioni in senso, la induce a ingozzarsi per seguire il corso del suo desiderio (Eros) e  sopperire a una mancanza estrema (Thanatos). Il cibo è, tuttavia, cattivo: non nutre. È “madre” senza significati, dunque va rigettato. Si resta in tal modo prigionieri della  dinamica perenne di mancanza e bisogno, desiderio e non senso, sviluppo psichico e  refusione nell’inconscio che, in questo caso, si identifica con la “madre” incapace di nutrire.

L’immagine di sé rifiutata è quella desiderata da un altro che è non-Io; un’immagine proposta, a volte imposta, mentre il soggetto con il sintomo anoressico-bulimico esprime la ricerca di una propria immagine. Il corpo-intralcio è allora allo stesso tempo attaccato e difeso: attaccato nella misura in cui è il corpo voluto dall’altro, difeso nella misura in cui è ricerca di un significato personale. Questa seconda immagine corporea va protetta perché ad essa è attaccata una parvenza di identità; non mangiare significa allora preservare la propria identità. Da cosa? Non solo dalla pretesa dell’altro, ma da ciò che l’altro rappresenta a livello endopsichico, e cioè la disgregazione dell’identità. Dunque quel sintomo esprime una difesa estrema di sopravvivenza lungo le strade della morte. Esprime il tentativo di evitare la psicosi, tenerla “fuori di sé”, magari vomitando come nella bulimia, ma comunque impedire la disgregazione totale della personalità. Insistere nella richiesta di modificare il comportamento alimentare, nei primi livelli della cura, significa esporre il soggetto anoressico-bulimico a rischio di psicosi.

Nella cura, il soggetto anoressico-bulimico porta, attraverso il sintomo, un significante; al terapeuta spetta accompagnare nel tentativo di significare. Il fatto stesso di aver intrapreso un percorso di terapia spezza l’isolamento del significante e lo introduce in una dialettica significante-significato che diventa la vera protezione dal rischio di allagamento psicotico. Nel corso del trattamento, l’opera del transfert rafforzerà sempre di più quella dialettica fino a giungere, se la cura riesce, al conseguimento di un significato che è liberazione dell’identità dal rischio rappresentato dal non-Io che non significa.

Il sintomo opera una richiesta muta che non è soltanto di cura, ma di accoglimento. In pratica, il paziente, chiuso nell’isolamento del suo corpo isolato, chiede semplicemente di essere “curato” nel senso letterale di ricevere cure. Chiede, dunque, di essere riconosciuto, accettato, preso sul serio e, possibilmente, almeno un po’, amato. Se il terapeuta nega quella “cura” e rimane ancorato alla lettera del sintomo, pretendendo di proporre cibo materiale, il paziente è perduto. Il terapeuta deve essere invece capace di dominare le proprie angosce e percorrere insieme al paziente le strade della morte, correndo concretamente il rischio che si possa morire, invitandolo implicitamente, con il suo comportamento di “cura”, a non farlo.

 

ATTACCHI DI PANICO
Proporrò brevemente un altro esempio per disegnare il disagio dell’essere attraverso un altro sintomo, i cosiddetti “attacchi di panico”, oggi molto frequenti.

Cosa si esprime in quel terrore fuori luogo, in quell’inabilitazione grave che paralizza l’essere senza alcuna ragione apparente?
Anche qui un bisogno di senso. Di nuovo l’oggetto–madre non è stato trasformativo e, quindi, ha fallito. Di nuovo l’Io non ha espressione; relegato a livelli arcaici di sviluppo, trema di fronte a ciò che lo circonda perché la madre non ha insegnato a dare senso e ad alfabetizzare le emozioni (W. Bion).

Intorno solo cose, come è cosa il soggetto posto di fronte a un non senso generalizzato che riguarda anche l’interiorità emozionale che travolge perché priva di nome e dunque di significato possibile.
Il panico è allora espressione del non-Io che dilaga dentro e fuori il soggetto.
Nel linguaggio di Winnicott (1965) si potrebbe dire che il fallimento dell’oggetto-madre ha impedito la strutturazione di uno spazio transizionale, dunque di un campo pre-psichico che è terreno di coltura di ogni possibile sviluppo della psiche. Per dirla con Bowlby, l’esperienza della madre non è la base sicura su cui poggiare ed evolvere, ma palude, sabbia mobile instabile che rende vacillanti le fondamenta emozionali dell’Io in formazione. L’attaccamento iniziale fondativo è stato ansiogeno, come la maggior parte delle esperienze successive che l’Io non è più stato in grado di filtrare ed elaborare.

L’Io manifesta allora il suo terrore, che è bisogno di senso; non chiede, come sembra, puntelli o accompagnatori: chiede di capire. Esprime ansia, l’Io, a livelli estremi, perché la madre e la famiglia in genere non hanno trasmesso altro che disorganizzazione. La madre, incapace a sua volta di dare senso alle proprie angosce senza nome, le ha trasfuse nel figlio per liberarsene.

Tutto fallisce allora e il mondo è un luogo che spaventa, come il se stesso che l’Io non riesce a frequentare perché infiltrato da un oggetto che annulla: nel naufragio dell’Eros, perché le strade disponibili sono strade percorse dalla morte e l’orizzonte svuotato di senso non propone altro.

Giovanni Baldaccini


One thought on “Sintomo e significato: decifrare il linguaggio del disagio psichico

  1. si possono avere informazioni presso di voi su come ci si deve comportare con una ragazza (che è la figlia del mio compagno) che ha manie di lavare sia se stessa che i suoi capi e tutto ciò che le capita in continuazione? ed è una continua bugia?
    vorrei capire se io che sono la compagna posso aiutarla in qualche modo…
    grazie per la risposta.